Il voto degli italiani all’estero è un tema che torna spesso al centro del dibattito politico, soprattutto in prossimità delle tornate elettorali. L’ultima occasione di confronto si è aperta durante l’esame della Legge di Bilancio, quando il deputato di Fratelli d’Italia eletto all’estero Andrea Di Giuseppe ha presentato un ordine del giorno sul tema. Una questione che coinvolge milioni di cittadini italiani iscritti all’Aire per esercitare il proprio diritto di voto in qualsiasi parte del mondo.
L’attuale sistema, introdotto nel 2001, consente agli italiani residenti all’estero di esprimere il proprio voto per corrispondenza postale. Un meccanismo che nel tempo ha ampliato le possibilità di partecipazione, ma allo stesso tempo ha anche mostrato anche dei limiti. Errori nella consegna dei plichi elettorali, ritardi postali e presunte irregolarità nelle fasi di voto e di scrutinio hanno alimentato dubbi e polemiche ad ogni appuntamento elettorale.
L’ordine del giorno di Di Giuseppe impegna il Governo a sostituire il voto via posta con un voto esclusivamente in presenza presso seggi elettorali istituiti solo nei Consolati all’estero.
Un’ipotesi che ha suscitato le perplessità delle opposizioni, e del Partito Democratico in particolare, preoccupate per le possibili conseguenze sull’effettivo esercizio del diritto di voto da parte degli italiani all’estero e per il rischio di una riduzione della partecipazione, soprattutto in vista del prossimo appuntamento elettorale del referendum sulla giustizia. Christian Di Sanzo, deputato del Partito Democratico eletto in Nord e Centro America ha richiamato il pericolo che questa proposta rappresenterebbe proprio per il Nord America.
“Una proposta del genere rischia di ridurre drasticamente l’affluenza alle elezioni. Basti guardare all’Europa, dove il voto via posta registra un’affluenza intorno al 25% per le elezioni politiche, mentre per le elezioni presso i Consolati – il metodo applicato per le elezioni europee, che é possibile solo in Europa – si scende al 7%”, ha dichiarato Christian Di Sanzo.
“In Nord America, con le enormi distanze tra le città, l’affluenza sarebbe ancora più bassa: ad esempio, i tanti italiani residenti a Seattle dovrebbero prendere un volo di due ore per recarsi al Consolato di San Francisco – e potrei fare decine di esempi di grandi comunità italiane che vivono a ore di distanza di aereo da un Consolato”, è il ragionamento di Di Sanzo. “Esistono però soluzioni concrete per garantire la sicurezza del voto all’estero senza penalizzare i cittadini come, ad esempio, introdurre codici a barre per verificare rapidamente che il plico corrisponda a un elettore registrato, stampare le schede in Italia in modo da renderle inalterabili. Basta avere la volontà di adottare soluzioni tecniche serie, invece di ricorrere a misure facili che di fatto impediscono di esercitare il diritto di voto. Chiedere di recarsi al Consolato per il voto non può essere considerata una soluzione percorribile. Viene il sospetto che questa proposta a poche settimane dal referendum costituzionale sulla giustizia sia mirata solo a ridurre il voto degli italiani all’estero”, ha concluso Di Sanzo.
Dunque, il dibattito resta aperto e ruota attorno a una questione centrale: garantire il diritto di partecipazione al voto a tutti gli italiani all’estero.
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