Rapporto “Sussidiarietà e salute”, un italiano su dieci rinuncia a visite specialistiche

Rapporto “Sussidiarietà e salute”, un italiano su dieci rinuncia a visite specialistiche

ROMA (ITALPRESS) – In Italia il reddito fa la differenza anche quando si tratta di curarsi: rinuncia, infatti, a una visita specialistica più di una persona su 10 (il 12%) tra quelle con i redditi più bassi, contro l’8% di quelle che rientrano invece nelle fasce reddituali più elevate. È quanto emerge dal Rapporto “Sussidiarietà e salute” della Fondazione per la Sussidiarietà, presentato in occasione dell’incontro “Universalismo e Sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale” all’Università degli Studi dell’Insubria. Un gap che dimostra come l’accesso alle cure non sia uguale per tutti: il problema non sta tanto nel livello medio nazionale dei bisogni sanitari insoddisfatti quanto nella varianza che questo aggregato nasconde tra ceti sociali e territori. Anche in Lombardia, regione che più di ogni altra attrae pazienti dal resto del Paese, si registra un tasso di rinuncia alle cure (5,3%) che colloca la regione al 7° posto nel panorama nazionale. L’incidenza sale al 9,5% per la rinuncia alle visite specialistiche. “Il diritto alla salute va tutelato con maggiore forza. L’universalismo non può ridursi all’affermazione formale di un diritto: deve tradursi nella possibilità concreta, per ogni persona, di ricevere cure appropriate e tempestive” ha detto Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

“Il Servizio sanitario nazionale resta una delle infrastrutture sociali più importanti del Paese: non tutela soltanto la salute, ma è collante sociale, volano di sviluppo e condizione essenziale della democrazia. Per questo serve più sussidiarietà: un salto di qualità nella governance pubblica, chiamata a garantire equità nell’accesso, qualità delle prestazioni e presa in carico dei pazienti, mettendo a sistema il contributo di tutti per il bene comune. La sussidiarietà, in questo senso, è l’architettura istituzionale dell’universalismo“. Nel confronto europeo, l’Italia mostra una performance complessivamente favorevole: nel 2023 la quota di persone con bisogni sanitari non soddisfatti si attesta al 2%, contro il 3,8% della media UE. Se si considerano soltanto gli ostacoli legati al funzionamento del sistema – costi eccessivi, distanza dai servizi o lunghe liste d’attesa – il dato italiano scende all’1,8%, rispetto al 2,4% europeo. Tuttavia, dietro la media nazionale si aprono divari rilevanti per reddito, territorio e tipologia di prestazione. La criticità principale riguarda il passaggio dall’universalismo formale all’universalismo effettivo: il diritto alla salute è garantito per tutti, ma la possibilità di accedere tempestivamente a visite specialistiche, accertamenti diagnostici e percorsi di presa in carico dipende ancora troppo dal luogo in cui si vive e dalle risorse di cui si dispone.

“La sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non è soltanto una questione di risorse, ma richiede la capacità di trasformarle in risposte concrete ai bisogni delle persone” ha spiegato Maria Cristina Pierro, rettrice dell’Università degli Studi dell’Insubria. “In questa sfida l’Università è un attore strategico: forma i professionisti della salute, produce ricerca e innovazione e mette le proprie competenze al servizio del territorio. La sussidiarietà è il metodo per fare sistema, unendo istituzioni, sanità, università e comunità in una responsabilità condivisa”. Le differenze socio-economiche sono particolarmente evidenti. In Europa, il 2,2% delle persone nel primo quintile di reddito dichiara di non aver potuto accedere alle cure necessarie a causa dei costi; la quota scende allo 0,2% tra chi appartiene al quintile più ricco. In Italia il divario è più marcato: il 2,9% delle persone nel primo quintile rinuncia alle cure per motivi economici, contro lo 0,2% del quinto quintile. La rinuncia alle prestazioni conferma questa dinamica. A livello nazionale, circa il 10% degli intervistati ha dovuto rinunciare a una visita specialistica pur avendone bisogno, mentre circa il 6% ha rinunciato a un esame diagnostico. Le rinunce diminuiscono al crescere della ricchezza: circa il 12% degli individui nel primo quintile rinuncia alle visite specialistiche, contro l’8% del quinto quintile; per gli accertamenti diagnostici il dato passa dal 7,5% al 5%.

Le barriere non sono solo economiche. Per le visite specialistiche, le liste d’attesa sono indicate come motivo di rinuncia dal 50% degli intervistati, mentre i costi eccessivi pesano per il 46,7% e la distanza dai servizi per il 10,8%. Per gli accertamenti diagnostici, le liste d’attesa salgono al 52,8%, seguite dai costi al 45,9% e dalla distanza al 10,4%. Se le risorse disponibili per il SSN sono cresciute, passando dai 114 miliardi di euro del 2019 ai 136,5 miliardi del 2025, con una previsione di 142,8 miliardi nel 2026, il Rapporto evidenzia come la questione non sia soltanto quante risorse destinare alla sanità, ma come trasformarle in valore per i cittadini. La crescita dei bisogni – invecchiamento, cronicità, fragilità, non autosufficienza – richiede un sistema meno frammentato e più capace di integrare servizi sanitari, sociosanitari e assistenza territoriale. “Le cronicità e i bisogni socio-sanitari sono in costante aumento. Il nostro servizio sanitario nazionale vanta grandi eccellenze, ma la nostra società è molto cambiata. Serve un cambio di passo sul modello organizzativo e verso un rapporto più maturo tra pubblica amministrazione e Terzo Settore” le parole di Maria Chiara Gadda, deputata e componente dell’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà.

“Il Piano d’azione dell’Unione Europea per l’economia sociale conferma l’importanza di questo mondo fatto di enti non profit, cooperative, e associazioni senza le quali molti servizi socio-sanitari già oggi entrerebbero in difficoltà. Queste realtà non possono essere coinvolte solo a valle dei processi: devono poter co-programmare e co-progettare con le istituzioni le risposte ai bisogni”. Rapporto individua gli ambiti sui quali intervenire. In particolare, seguendo l’ultimo monitoraggio dei livelli essenziali di assistenza (LEA), l’assistenza territoriale, con un punteggio di 76, presenta maggiori margini di miglioramento rispetto alla prevenzione, che raggiunge 95, e all’assistenza ospedaliera, che si attesta a 86. Il rafforzamento del raccordo tra ospedale e territorio, dell’assistenza domiciliare e dell’integrazione tra servizi sanitari e sociali appare quindi essenziale per assicurare una presa in carico più continuativa, soprattutto delle persone anziane, croniche e fragili.

Un ulteriore elemento di attenzione riguarda il personale: la Lombardia conta 5,63 medici e infermieri del Servizio sanitario nazionale ogni 1.000 abitanti, rispetto a una media italiana di 6,1. Anche la presenza di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta è inferiore alla media nazionale, con un conseguente maggiore carico di pazienti per i medici di base. Gli interventi degli esponenti della sanità locale hanno permesso di mettere in relazione queste sfide con l’esperienza concreta del territorio, richiamando la necessità di valorizzare le professionalità, migliorare la continuità delle cure e sviluppare una collaborazione più stretta tra istituzioni, strutture sanitarie e realtà sociali.

– foto IPA Agency –

(ITALPRESS).

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