Quando la masseria diventa energia pura: dentro l’ottava edizione del Polifonic Festival

Al Polifonic il paesaggio non fa da sfondo, è parte dello spettacolo. Quando il tramonto scende sugli ulivi centenari della Masseria Capece, le luci a led del palco si accendono insieme al buio che arriva. Sul palco “Stone”, ricavato dentro una cava di terra rossa, i bassi rimbombano contro le pareti di roccia e la musica si mescola al paesaggio circostante.

Per la sua ottava edizione, dal 22 al 26 luglio, Polifonic ha riportato in Valle d’Itria oltre 70 artisti internazionali, distribuiti su cinque serate e tre location, Cala Maka, Masseria Capece e Le Palme Beach Club, con l’aggiunta quest’anno di un quarto palco più uno: l’Echoes Stage, nato dalla collaborazione con Rinse FM France, tra i broadcaster di riferimento a livello internazionale per la musica elettronica. Il tema scelto per l’edizione 2026, Sensory Bloom, non è rimasto un’etichetta di marketing: ha guidato scelte concrete su come suono, luce e spazio dovessero intrecciarsi con il paesaggio della valle, tra installazioni site-specific pensate apposta per quei luoghi e un piano fiera che ha lasciato ai palchi distanza fisica sufficiente per non farli interferire tra loro.

Ed è proprio quella distanza, raccontano le cronache dal festival, ad aver fatto la differenza sull’esperienza. Vivere il clubbing all’aperto, senza le quattro mura di un club, ha significato poter scegliere dove stare, sotto cassa, nel cuore della pista o nelle zone più periferiche, senza mai perdere la libertà di movimento. È una fruizione della musica più naturale, quasi fisica, che il festival ha costruito apposta sfruttando l’ampiezza dei 18 ettari della Masseria Capece, una tenuta che risale al Quattrocento.

Sul fronte artistico, la lineup ha messo insieme leggende della scena internazionale e nomi che stanno riscrivendo il presente dell’elettronica. Il back-to-back tra Carl Craig e Moodymann, due pilastri della scuola di Detroit, ha attraversato techno, house, soul e jazz in un dialogo imprevedibile. MACE ha portato il suo universo sonoro sperimentale, tra ritmi ipnotici e aperture melodiche, con un design visivo industrial che ha dialogato con la cornice naturale della masseria. Sama’ Abdulhadi ha confermato il suo ruolo di riferimento della techno mondiale in un set tra la notte fonda e l’alba del 25 luglio, mentre Chet Faker ha portato sul main stage la seconda data italiana del suo tour A Love For Strangers, mescolando elettronica, soul e songwriting in una parentesi più intima. Intorno a loro, nomi come Ben UFO, Tiga, Djrum, Job Jobse, Lena Willikens e il live di Voices From The Lake hanno tenuto insieme una programmazione capace di spaziare dalla techno alla house, fino ad ambient e dub.

Dietro le quinte, il festival è il risultato di scelte non commerciali, ha raccontato Marco Sala, che ha fondato il festival insieme a Michele Girone. Il casting artistico segue il gusto personale del duo, più che le logiche di cassetta: l’obiettivo dichiarato è restituire una scena elettronica di nicchia ma capillare, radicata in un territorio che, ha raccontato Sala, è culla e cultura di musica elettronica sin dagli anni Novanta.

È proprio da lì che nasce anche la visione sul futuro del progetto. Sala immagina un modello che possa uscire dai confini della Puglia, portando altrove la stessa formula che ha reso Polifonic riconoscibile: un festival capace di superare la definizione stessa di evento musicale, fino a diventare un’esperienza culturale completa, che intreccia paesaggio, arte e comunità. Nel futuro, ha raccontato Sala, vede un modello che dalla Puglia può essere esportato: agli showcase organizzati in Europa e in Italia seguiranno altri passaggi evolutivi, anche sul piano degli eventi. Replicare altrove quello che già si fa qui significa avere più palcoscenici e dare più possibilità di espressione ai talenti della musica elettronica.

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