Presentata una ricerca di mercato sui data center: 26mila occupati e 37 miliardi di investimenti

Presentata una ricerca di mercato sui data center: 26mila occupati e 37 miliardi di investimenti

ROMA (ITALPRESS) – È stata presentata oggi, in occasione del Data Center Symposium di IDA – Italian Datacenter Association, la Ricerca di mercato IDA 2026, realizzata per analizzare dimensioni, traiettorie di crescita e impatti economici e territoriali del mercato italiano dei data center. All’incontro hanno partecipato, tra gli altri, Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, e Gilberto Pichetto Fratin, Ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, insieme a rappresentanti delle istituzioni, delle imprese e dell’ecosistema dei data center. La presenza congiunta delle istituzioni e degli operatori ha evidenziato la necessità di accompagnare lo sviluppo dell’infrastruttura digitale attraverso un confronto strutturato tra settore pubblico e privato, con l’obiettivo di favorire una crescita ordinata, sostenibile e coerente con le esigenze infrastrutturali e territoriali del Paese.

Luca Beltramino, Presidente di IDA, ha commentato: “Siamo orgogliosi del confronto emerso oggi al Data Center Symposium tra istituzioni e industria, base per affrontare il futuro del settore partendo da dati concreti e verificabili. La ricerca che abbiamo presentato vuole proprio contribuire a questo: rendere disponibili numeri trasparenti, che aiutino a comprendere la realtà dei progetti e a costruire un dialogo più consapevole con i territori. È un confronto che riteniamo fondamentale perché i data center sono un’infrastruttura strategica per il Paese, alla base di attività e servizi ormai indispensabili e parte della quotidianità di ciascuno di noi. Sviluppare questa capacità in Italia significa rafforzare la nostra autonomia digitale e non lasciare che una quota sempre più importante dell’economia italiana dipenda da infrastrutture che si trovano fuori dai nostri confini”.

La ricerca fotografa una crescita infrastrutturale che ha un impatto significativo sul mercato del lavoro. Nello scenario di piena attivazione della pipeline, entro il 2036 il settore potrebbe sostenere circa 11.900 FTE (Full-Time Equivalent) diretti ricorrenti. A questi si aggiungerebbero circa 11.000 FTE indiretti nella filiera operativa e 3.000 FTE indotti dai consumi dei lavoratori, portando l’occupazione ricorrente complessiva a circa 26 mila occupati a tempo pieno. Separatamente, le attività di sviluppo, progettazione, costruzione, fit-out e commissioning potrebbero richiedere in media circa 20 mila FTE temporanei ogni anno tra il 2026 e il 2036. La disponibilità di competenze rappresenta però una condizione essenziale per trasformare la pipeline in capacità effettivamente operativa. Nella Survey IDA 2026, 53 rispondenti su 80 indicano la scarsità di profili specializzati tra i principali ostacoli al reperimento delle competenze. Un ulteriore elemento emerso dalla ricerca riguarda la localizzazione degli interventi.

L’80% delle superfici interessate dai progetti analizzati riguarda aree già urbanizzate o dismesse, oggi oggetto di riqualificazione, mentre il restante 20% interessa aree non precedentemente urbanizzate. Il dato evidenzia quindi una prevalenza di interventi di recupero di aree industriali, riqualificazione e riuso di terreni già trasformati, piuttosto che di sviluppo su aree precedentemente non urbanizzate. Tutti gli interventi analizzati ricadono inoltre su terreni con destinazione compatibile con lo sviluppo industriale. La ricerca stima circa €467 milioni annui di consumi attivati dalle famiglie attraverso i redditi degli occupati diretti e indiretti, circa €111 milioni di contributi e opere connessi allo sviluppo e circa €29,6 milioni annui di fiscalità immobiliare lorda, dei quali circa €9 milioni destinati ai territori. A questi si aggiungono infrastrutture elettriche, viarie, digitali e idriche, programmi di formazione, coinvolgimento dei fornitori locali e iniziative concordate con le comunità.

Queste ricadute non vengono aggregate dalla ricerca in un unico valore nazionale, perché dipendono dalle caratteristiche e dagli accordi dei singoli progetti. La geografia del mercato mostra inoltre una progressiva articolazione oltre Milano. Roma emerge come secondo polo nazionale, mentre Torino, Motor Valley, Nord Adriatico, Puglia, Sicilia e Sardegna presentano differenti opportunità legate alla domanda industriale, alla connettività e alla posizione nella geografia digitale nazionale e mediterranea.

Nello scenario 2031, la ricerca stima, tra le altre aree, una domanda complessiva di 217 MW per Roma, 38 MW per Torino e Alpi Occidentali, 35 MW per Napoli e la Campania, 19 MW per la Puglia, 13 MW per il Nord Adriatico e 9 MW per la Motor Valley. La diversificazione territoriale rappresenta quindi un elemento della futura evoluzione del mercato italiano: non soltanto per distribuire gli investimenti, ma anche per sviluppare capacità digitale, connettività e competenze in aree diverse dal principale hub nazionale. La piena attivazione della pipeline qualificata è associata a circa 36,9 miliardi di euro di investimenti infrastrutturali cumulati nel periodo 2026-2036.

La ricerca stima inoltre circa 67 miliardi di euro di hardware IT potenzialmente ospitato e circa 600 milioni di euro di servizi relativi all’installazione, configurazione, integrazione e messa in esercizio delle infrastrutture. Il valore aggiunto operativo diretto delle facility potrebbe raggiungere circa 3,87 miliardi di euro annui entro il 2036, nello scenario centrale e con un utilizzo medio della capacità operativa dell’85%. Alla fine del 2025 la capacità IT complessivamente installata raggiunge circa 760 MW, di cui 460 MW commerciali e circa 300 MW enterprise. Per la componente commerciale, lo studio identifica una capacità complessiva di circa 2,0 GW al 2031, costituita dalla capacità già operativa e da una pipeline qualificata di circa 1800 MW.

La pipeline qualificata distingue inoltre i diversi livelli di maturità dei progetti: 230 MW risultano in costruzione, 673 MW in sviluppo e 936 MW in fase preliminare qualificata. La ricerca sottolinea quindi l’importanza di distinguere il potenziale di mercato dai progetti effettivamente destinati a entrare in esercizio, la cui realizzazione dipenderà da disponibilità energetica, connessioni alla rete, autorizzazioni, siti idonei, connettività e condizioni commerciali. Uno dei contributi della ricerca riguarda il confronto sui temi ambientali, sui quali il dibattito pubblico si concentra spesso su singoli indicatori o rappresentazioni non sufficientemente contestualizzate.

Lo studio porta invece dati su alcuni dei principali temi al centro del confronto con i territori: consumo di suolo, utilizzo dell’acqua, fabbisogno energetico, efficienza del raffreddamento e recupero del calore. In particolare, sul fronte energetico, il campione europeo EUDCA analizzato dalla ricerca indica che circa il 97% dell’elettricità dichiarata dagli operatori proviene da fonti a basse emissioni, in larga parte rinnovabili. Sul fronte dell’acqua, lo studio evidenzia inoltre l’evoluzione verso sistemi a secco, circuiti chiusi, configurazioni ibride e raffreddamento a liquido. Anche il recupero del calore rientra tra le direttrici di sviluppo della sostenibilità.

-Foto www.pexels.com-
(ITALPRESS).

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