Oltre l’archetipo: Robert Davi e la complessità del potere

Robert Davi è un attore italoamericano con oltre quarant’anni di carriera tra cinema, televisione e palcoscenico. Con più di 170 titoli all’attivo, ha preso parte a film che hanno segnato l’immaginario collettivo, tra cui 007 – License to Kill, The Goonies e Die Hard. Noto per la sua presenza scenica intensa e il suo carisma da “tough guy” che lo ha reso inconfondibile, Davi incarna una delle figure più iconiche del cinema americano.

Hai spesso interpretato “cattivi” e figure di potere, personaggi che dominano la scena. Cosa rende quel potere davvero credibile sullo schermo?

Come attore non giudichi il personaggio. Quello spetta al pubblico. Il tuo lavoro è capire le sue scelte e giustificarle. Anche quando sono estreme, devono avere una logica interna. Se tu ci credi davvero, il pubblico percepisce quella verità – ed è lì che nasce il potere. Ho sempre cercato di dare umanità ai miei personaggi. Nessuno si sveglia la mattina pensando di essere cattivo. Ognuno agisce secondo la propria logica, le proprie ferite, il proprio scopo. Quando quella verità è autentica, il potere non è qualcosa che imponi: diventa qualcosa di naturale. Il potere non è necessariamente urlare o imporsi con la forza. A volte le persone più potenti parlano piano. È presenza. È energia interiore. È una sicurezza che si avverte ancora prima che tu dica una parola. Viene da chi sei e da come incanali quella forza. La tecnica aiuta, certo – ma il potere vero nasce da una convinzione profonda. Ho interpretato anche molti uomini buoni. E ricordiamoci che ho una formazione da cantante lirico. Quella parte romantica c’è. Ma anche il romanticismo deve avere un margine di durezza. Ogni personaggio ha bisogno di equilibrio: il buono con un’ombra, il cattivo con una coscienza. È questo che rende tutto interessante. Quando il pubblico pensa di averti capito… e poi esita. I personaggi piatti non hanno potere. Il vero potere nasce dalla complessità.

Il tuo debutto sullo schermo è stato in Contract on Cherry Street, al fianco di Frank Sinatra. È stato per te una sorta di mentore? E in che modo quell’incontro ha influenzato il tuo percorso a Hollywood?

Frank Sinatra era un artista straordinario – ma prima ancora era un uomo straordinario. Per noi italoamericani, crescendo, c’erano due figure: il Papa e Sinatra. E non necessariamente in quest’ordine. Ha dato dignità a una comunità di immigrati che non sempre veniva rispettata. Ci ha dato presenza. Ci ha dato voce. All’epoca studiavo con Stella Adler e facevo lavoretti per pagarmi le lezioni di recitazione e di canto. Lavoravo anche come cameriere in un ristorante a New York, ma venni licenziato in circostanze… diciamo discutibili. Ero giovane, ingenuo, cercavo solo di sopravvivere. Poi arrivò l’opportunità di Contract on Cherry Street. Era il suo primo film dopo anni. Per me era qualcosa di enorme. Sinatra vide i girati e venne da me sul set. Mi disse: «La tua è la performance più vera del film. Sei straordinario». Per me significò tutto. Poi notò le mie cicatrici sul collo e sul viso e mi disse: «Non lasciare che ti intimidiscano. Fanno parte della tua storia. Portale con orgoglio». Questa era mentorship, ma non solo. Era qualcosa di più profondo. Ti dava sicurezza. Ti faceva sentire a tuo agio nella tua pelle. Una sera mi invitò a cena. Ci fermammo proprio davanti al ristorante dove mi avevano licenziato. Entrammo insieme. Il direttore impallidì. Dopo dieci minuti mi misero davanti una busta: la mia liquidazione. Sinatra sorrise. Non disse una parola. Non ce n’era bisogno. Mi portò a Los Angeles. Mi fece alloggiare al Beverly Hills Hotel. Mi presentò a tutti. Non avevo mai preso un aereo prima di allora. Mi fece sentire parte di quel mondo. Parlavamo spesso di opera e di musica classica. Era una passione che avevamo in comune. E non dimenticherò mai: le due del mattino a Little Italy. Mi guarda e dice:

«Robert, bevi qualcosa»
«Io non bevo, Mr. Sinatra»
«Non bevi? Sei licenziato»

Così bevvi il mio primo Jack Daniel’s con Sinatra, nel 1977. Due dita di whiskey, quattro cubetti di ghiaccio, acqua. Mi disse: «Questo ti porta dove vuoi senza farti del male». Questo era Frank. Una figura immensa-— ma profondamente umano.

Nel corso della tua carriera, le tue origini italiane sono state più un vantaggio o un limite?

L’unico limite che ho incontrato non aveva a che fare con l’essere italiano, ma con il mio aspetto. Stella Adler me lo disse fin dall’inizio: «Ti daranno sempre il ruolo del duro. Non lasciare che ti condizioni. Ne uscirai – sei un grande attore». Avevo una formazione classica. Mi sono laureato in recitazione, ho studiato Shakespeare, poesia, sempre pronto per ruoli molto diversi tra loro. Non ho mai voluto farmi etichettare in un solo modo. Sì, ho interpretato uomini di potere, figure autoritarie – ma anche ruoli complessi, stratificati, in generi diversi. Essere italoamericano non è mai stato uno svantaggio. Se mai, mi ha dato identità. C’è stato un solo episodio che ricordo a questo proposito. Mi offrirono un ruolo importante in Blood In, Blood Out, ma ci furono resistenze perché non ero ispanico. È stato deludente. Noi attori facciamo questo: ci trasformiamo. Andy Garcia non è italiano, eppure ha interpretato italiani. Io ho interpretato personaggi di ogni tipo, tra cui un ebreo ortodosso, un palestinese, il mago Merlino, un narcotrafficante colombiano. È il mestiere. L’industria cambia con i tempi. Oggi c’è una sensibilità diversa rispetto all’identità e al casting. La domanda è una sola: riesce l’attore a dare autenticità al personaggio? Se la risposta è sì, è quello che conta davvero.

Quando scegli un progetto, cosa conta di più: il ruolo, il copione o il regista?

Dipende. È un insieme di cose. A volte è il ruolo. A volte il copione. A volte persino la location. Se sento che c’è un legame con un personaggio – se c’è qualcosa di nuovo da esplorare – per me è già un motivo sufficiente. Non ho mai avuto paura di lavorare con registi alla prima esperienza. Tutti iniziano da qualche parte. Non sai mai chi tirerà fuori qualcosa di importante. Se il materiale mi interessa e sento di poter dare qualcosa, mi butto. Dopo il film di Bond mi era stato offerto Caccia a Ottobre Rosso. Ma alla fine decisi di fare un piccolo film indipendente, girato per dieci settimane nella foresta amazzonica, dove interpretavo un pilota coinvolto nel mondo dei cercatori d’oro. Non conoscevo il regista. Ma l’esperienza mi intrigava. Il personaggio, l’avventura… Ho sempre cercato di alternare grandi produzioni e indipendenti. Poi è arrivata la serie Profiler. Lì il ritmo delle cose è cambiato. Sono stati quattro anni importanti, e ne sono grato. Però la televisione ti lega. Ci sono stati film che, purtroppo, ho dovuto rifiutare perché non riuscivo a liberarmi dalle riprese. Fa parte del business. Anche lì, però, mi sono imposto. Il personaggio si chiamava Bailey Malone, irlandese. Dopo avermi scelto volevano dargli un nome italiano. Ho detto: «No, lasciatelo così.» Non ho mai voluto muovermi in una sola corsia. Alla fine scelgo d’istinto. Quando sento che c’è qualcosa di vivo da scoprire, allora vale la pena farlo.

Hai lavorato in grandi produzioni hollywoodiane, film indipendenti e televisione. Cosa cambia davvero quando cambia la dimensione di un progetto? E cosa no?

La differenza più grande è nei tempi di produzione. In televisione spesso devi girare un certo numero di pagine al giorno. È tutto molto organizzato, a volte molto veloce. Però dipende dal progetto. Sto lavorando a Tulsa King con Sylvester Stallone. È una serie, ma viene girata come un film per il cinema. Si prendono il tempo necessario. Curano le inquadrature, coprono bene la scena, si assicurano che funzioni davvero prima di andare avanti. È un lusso. Nei film indipendenti, invece, spesso devi correre. Meno risorse, tempi più stretti. Ma questo non significa meno valore. Anzi, a volte c’è una crudezza, un’urgenza, persino una dimensione sociale che nelle grandi produzioni non trovi. In quella pressione c’è qualcosa di vivo. Le grandi produzioni possono richiedere mesi. Quattro, sei, a volte di più. Mi è capitato di fare quindici ciak per una scena con un regista come Paul Verhoeven. Poi lavori con uno come Clint Eastwood e magari fa uno o due ciak e via. Stili diversi. Ritmi diversi. Nessuno dei due, però, garantisce il risultato. Alla fine, che sia un blockbuster o un piccolo film indipendente, conta quello che sta davanti alla macchina da presa. La storia. La performance. L’effetto che lascia sul pubblico. La dimensione cambia l’organizzazione, i mezzi, i tempi. Ma il cuore del lavoro resta lo stesso.

Progetti attuali e futuri?

Come dicevo, sto lavorando a Tulsa King. È un’esperienza fantastica. Interpreto un personaggio molto interessante – e sì, anche piuttosto intimidatorio. Oltre a questo, ho diversi film in sviluppo. Sto per partire per l’Oklahoma per un progetto intitolato Honor, e c’è un altro film in lavorazione, The Jungle Rules. Ho appena terminato Bad News on the Doorstep, girato in Rhode Island. È stato un progetto speciale perché mio figlio Nick è uno dei protagonisti insieme a Dante Palminteri, il figlio di Chazz Palminteri. Anche io e Chazz siamo nel film. È stato speciale per noi condividere quel progetto con i nostri figli. La musica continua a essere una parte importante della mia vita. Ho concerti in programma in diversi Paesi e un nuovo album in uscita il prossimo anno, che probabilmente coordinerò con l’uscita di Tulsa King. E poi c’è la famiglia. Ho otto figli – compresa una bambina di sei anni – quindi, come puoi immaginare, non mi annoio.

Un’ultima domanda… è una questione che divide i fan da oltre trent’anni: Die Hard è o non è un film di Natale?

Un paio di anni fa – forse l’anno scorso – ho pubblicato una foto su quello che una volta era Twitter, oggi X. Indossavo un cappello da Babbo Natale e tenevo in mano un cartoncino bianco con scritto: Die Hard è un film di Natale. Ha fatto più di due milioni di visualizzazioni. Questo mi ha fatto riflettere. Quando lo girammo, non lo pensavo affatto. Per me era un film d’azione. Però col tempo ho iniziato a guardarlo in modo diverso. È ambientato a Natale. Bruce Willis corre scalzo, coi piedi che sanguinano… c’è un elemento quasi sacrificale in tutto questo. Il Natale non è solo uno sfondo: è parte integrante della storia, dell’emozione. Ero a Londra, all’Action Film Festival, per un Q&A con John McTiernan. Ho perfino cantato “Let It Snow” davanti a circa 1.200 persone. Alla fine ho detto: «Die Hard è un film di Natale.» Il teatro è esploso. Quindi sì, ho cambiato idea. Oggi penso che lo sia. E ogni ottobre, quando ricominciano a trasmetterlo e il dibattito riparte, la mia posizione su IMDb si impenna. E non solo… anche le mie royalties.

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