MILANO (ITALPRESS) – I reni hanno un ruolo essenziale nel mantenere l’equilibrio nel corpo: filtrano il sangue, eliminano le scorie, regolano il bilancio degli elettroliti, controllano la pressione sanguigna e contribuiscono alla produzione dei globuli rossi; quando l’efficienza dei reni diminuisce scorie e liquidi in eccesso si accumulano, con conseguenze sul sistema cardiovascolare, nervoso e muscolo-scheletrico che nelle fasi iniziali non presentano sintomi evidenti. Si stima che in Italia una percentuale compresa tra il 7 e il 10% della popolazione sia affetta da malattia renale cronica: secondo la Società italiana di nefrologia soltanto il 10% dei pazienti è consapevole della propria condizione e seguito da uno specialista.
“Il dato italiano sui pazienti in dialisi è preoccupante: nonostante le innovazioni terapeutiche sono sempre 50-60mila persone. È cambiata la patologia: prima erano le glomerulonefriti a portare in dialisi, adesso è il diabete mentre le glomerulonefriti sono praticamente scomparse; benché in Italia ci sia stato un miglioramento negli ultimi tempi, oltre 2.300 trapianti all’anno vengono fatti”, ha dichiarato Salvatore Badalamenti, responsabile dell’unità operativa di Nefrologia e Dialisi e direttore del dipartimento di Medicina interna presso l’istituto clinico Humanitas di Rozzano, intervistato da Marco Klinger per Medicina Top, format tv dell’agenzia di stampa Italpress.
La maggior parte dei pazienti, spiega Badalamenti, “non presenta sintomi: quando essi arrivano è già troppo tardi e il paziente ha già un livello 3 o 4 di creatinina, che è l’indizio di disfunzione renale. A quei numeri è difficile recuperare, c’è poco da fare: oltre alla dialisi si può fare il trapianto o cercare di rimandare il più possibile la stessa dialisi con una dieta ipoproteica, che rischia di portare il paziente in dialisi un po’ più in là ma defedato”. Quando il livello della funzione renale diventa preoccupante, aggiunge, bisogna sostituire questa “con un trapianto o con la dialisi, che può essere emodialisi quando prevede il lavaggio del sangue ogni due giorni o dialisi peritoneale che il paziente può fare a casa. La differenza non riguarda l’efficienza, quanto il fatto che il paziente che fa la peritoneale deve avere una certa manualità: se si pensa al fatto che ormai i pazienti che arrivano in ospedale sono tutti diabetici anziani, significa che a casa non sono capaci di gestire qualcosa che può portarli a infezioni anche gravi; in Italia i pazienti in dialisi peritoneale sono il 15-20%”.
Il direttore di Medicina interna dell’Humanitas si sofferma poi su quello che ritiene lo strumento più efficace per valutare lo stato di salute dei propri reni: “Sono un grande tifoso del tradizionale esame urine: se questo ci dice che c’è la presenza di albumina o globuli rossi dismorfici significa che c’è una malattia renale; quando si presenta un paziente con un livello 2 di creatinina ma con un esame urine normale io non mi preoccupo, quando se ne presenta uno con un livello 1,5 di creatinina ma con un sacco di creatinina nelle urine o di globuli rossi dismorfici invece sì”.
L’ultima riflessione di Badalamenti riguarda il tema della prevenzione, rispetto al quale “i miei suggerimenti riguardano innanzitutto l’alimentazione: bisogna far lavorare i reni il meno possibile, cosa che avverrebbe con una dieta troppo ricca di proteine o comunque un introito proteico eccessivo in un unico pasto; questo farebbe iperfiltrare i reni. Serve inoltre un controllo rigoroso della pressione arteriosa: se si riesce a mantenersi meno sul salato e più sull’insipido è meglio per i reni. Per quanto riguarda i farmaci, tanti di essi sono pesanti a livello renale: per chi ha già un’insufficienza o una malformazione è meglio non aggiungere niente di pesante. Il rene policistico è la malattia ereditaria più frequente nell’umanità: una persona su 700 ce l’ha, basta un test genetico per riconoscerlo”.
– Foto tratta da Medicina Top –
(ITALPRESS).
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