
Un’intervista a Beatrice, immaginata nell’aldilà, per mettere in discussione ciò che crediamo di sapere sull’amore di Dante. È lo spunto di Beatrice senza veli – Non ero io il grande amore di Dante, lo spettacolo con Gigliola Cinquetti ed Ennio Cavalli scelto dall’Istituto Italiano di Cultura di New York per aprire, mercoledì 21 ottobre, il proprio programma della Settimana della Lingua Italiana nel Mondo. Dal 22 al 24 ottobre gli appuntamenti continuano con «The Language of Rap», un festival che comprenderà un laboratorio di scrittura, concerti e conversazioni con gli artisti.
Nello spettacolo scritto da Cavalli, Cinquetti interpreta una Beatrice che può finalmente rispondere alle domande e dire la propria sul poeta che l’ha resa celebre. Il sottotitolo, «Intervista mai concessa e mai smentita», chiarisce il gioco teatrale: rileggere Dante e la sua epoca attraverso una conversazione impossibile, con la libertà di mescolare passato e presente. Tra le ipotesi proposte c’è quella che Beatrice fosse una «donna dello schermo», una figura dietro cui nascondere il vero grande amore del poeta: la lingua italiana.
Dalla lingua di Dante a quella delle canzoni, il programma passa poi alla scrittura rap. Giovedì 22 ottobre alle 18, Amir Issaa conduce un laboratorio aperto a persone di tutte le età, senza bisogno di esperienza musicale. È il primo appuntamento del festival di cui il rapper, scrittore ed educatore cura la direzione artistica e la conduzione. Venerdì si esibiranno Adriana e Dynasty; sabato Davide Shorty e Skyzoo. Ogni concerto sarà seguito da un incontro con gli artisti.
La scelta del rap per una manifestazione dedicata all’italiano riguarda soprattutto i testi. Scrivere versi da eseguire su una base significa lavorare contemporaneamente sul significato e sul suono: scegliere dove mettere un accento, trovare una rima, accorciare una frase perché entri nel ritmo.
«Il rap è un formidabile strumento pedagogico per insegnare a usare le parole, comprenderne la forza ed esplorarne le possibilità espressive», spiega Claudio Pagliara, direttore dell’Istituto. Il festival nasce anche per avvicinare i giovani alle attività della sede di Park Avenue. «In ogni serata affianchiamo un artista italiano e uno americano: vogliamo farli dialogare e favorire uno scambio che esprime pienamente la missione dell’Istituto».
Per Amir Issaa, l’uso del rap nell’insegnamento è un lavoro che precede questa manifestazione. Ha condotto laboratori nelle scuole e in università come Stanford, Georgetown, NYU e Berkeley. Nel libro Educazione rap, pubblicato da add editore nel 2021, parte dalle canzoni ascoltate dai ragazzi per affrontare gli strumenti della scrittura poetica. Provare a comporre un testo permette di interrogarsi sulle parole: che cosa esprimono, quali immagini suggeriscono e come cambia il loro effetto quando vengono pronunciate sulla musica.
A New York, l’incontro tra le due scene musicali ha anche un riferimento storico. La nascita dell’hip hop viene convenzionalmente associata alla festa organizzata da Cindy Campbell l’11 agosto 1973 in una sala condominiale al 1520 di Sedgwick Avenue, nel Bronx. Alla musica c’era suo fratello, DJ Kool Herc, che prolungava le sezioni strumentali dei dischi su cui il pubblico ballava. Quella serata è diventata la data simbolica di una cultura cresciuta attraverso feste, ballo, DJ e interventi al microfono.
In Italia, quel linguaggio ha assunto accenti e contenuti propri. Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, una parte importante della scena si è sviluppata nei centri sociali, attorno alle posse, collettivi che intrecciavano musica e militanza politica. L’italiano si mescolava ai dialetti e alle espressioni locali. Nei brani dei 99 Posse, per esempio, il napoletano serviva a raccontare conflitti e luoghi riconoscibili per chi li ascoltava: una forma musicale arrivata dagli Stati Uniti veniva adattata per parlare della propria città.
I concerti del festival mettono a confronto percorsi diversi anche all’interno dello stesso genere. Venerdì 23 ottobre alle 18, Adriana, che alterna rap, canto e danza e ha pubblicato nel 2026 il primo album Presa Bene, sarà affiancata da Dynasty. Originaria del Queens, Dynasty combina hip hop e soul e ha lavorato con musicisti come DJ Premier e Apollo Brown.
Sabato 24 ottobre alle 16 toccherà invece a Davide Shorty e Skyzoo. Il primo, palermitano, ha costruito il proprio percorso tra rap, soul e jazz, passando anche per gli anni trascorsi a Londra. Il secondo viene da Brooklyn e ha collaborato, tra gli altri, con Pete Rock e Black Thought. Gli incontri successivi alle esibizioni permetteranno al pubblico di ascoltare gli artisti anche fuori dai brani, attraverso il racconto del loro lavoro.
Tutti gli appuntamenti si tengono all’Istituto Italiano di Cultura di New York, al 686 di Park Avenue. L’ingresso è gratuito, con prenotazione obbligatoria attraverso le pagine dei singoli eventi sul sito dell’Istituto.
L’articolo Da Beatrice al rap, la lingua italiana all’Istituto di Cultura di New York proviene da IlNewyorkese.
Ti è piaciuto questo articolo?
Total votes: 0
Upvotes: 0
Upvotes percentage: 0.000000%
Downvotes: 0
Downvotes percentage: 0.000000%


