ROMA (ITALPRESS) – “Quello che stiamo vivendo negli ultimi 5 anni è qualcosa che non si è vissuto negli ultimi 4 cicli energetici che ho vissuto, dall’inizio degli anni 80 fino ad adesso. Sono stati 4 cicli importanti ma tutti abbastanza costanti e con alcuni violenti e drastici episodi ma non come questo periodo”. Lo afferma l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel corso di un’audizione in Commissione Attività produttive della Camera.
“In occasione del Covid, che dal punto di vista della distruzione della domanda è stato molto importante, il mondo ha utilizzato le riserve strategiche come sta succedendo adesso, ma erano venuti a mancare molti meno barili. La produzione era calata di 6-7 milioni contro i quasi 20 milioni considerando i prodotti di oggi con la fermata di Hormuz”, ha aggiunto. “Abbiamo l’abitudine di guardare questi episodi come singolarità: prima il Covid, poi la guerra russo-ucraina che aveva ridotto drasticamente il flusso di gas verso l’Europa, e poi il terzo episodio, il più importante, ad oggi sono bloccati circa 9-10 milioni di barili. Questi eventi sono avvenuti in 5 anni, non c’è stata la possibilità di recuperare, le mancanze di produzione di greggio e di prodotto si sono cumulate, non sono state completamente assorbite”, ha sottolineato Descalzi.
“Il prezzo non è ancora certificato come un grosso problema perché sono stati utilizzati dai Paesi Ocse circa 400 milioni di barili di riserve che sono state immesse nel mercato e che hanno permesso di tenere i prezzi in un range tra i 90 e i 100 dollari”, ha detto parlando del prezzo del petrolio. “Abbiamo avuto dopo il 18 giugno, con la firma dell’accordo, una caduta a 68 dollari, adesso siamo ritornati sugli 85 perché non c’è stato un seguito positivo a quella firma. Sullo Stretto di Hormuz c’è un nuovo blocco”, ha aggiunto Descalzi.
“Si parla di mancanza di crudo ma i prodotti contano molto, perché sono quelli che vanno al consumo e fanno alzare i prezzi. Per noi come Europa sono il diesel e il jet fuel”. Nel dettaglio per il jet fuel “c’era una carenza già prima, da quando si è chiuso l’accesso al mercato russo circa il 60% veniva dal Golfo. Adesso chi sta compensando sono gli Stati Uniti. Le raffinerie statunitensi che vanno con una capacità produttiva del 95% rispetto al potenziale, di solito lavorano al 75-80%, stanno lavorando al massimo per poter compensare le carenze”.
“L’Europa ha dismesso molta capacità di raffinazione e quindi noi importiamo prodotti. Importando crudo e avendo la raffinazione avremmo costi inferiori, ma sono state fatte altre scelte, negli ultimi anni la capacità di raffinazione in Europa si è ridotta del 20%, in Italia più o meno lo stesso. Per ragioni di policy, di norme, l’Europa ha portato moltissime delle produzioni di fossili fuel a spostarsi. Invece di raffinarlo qua lo compriamo. Siamo in deficit di jet fuel, che importiamo per il 35-40%, forse anche di più adesso”, ha aggiunto.
“La coda della guerra russo-ucraina porterà dal primo gennaio a uno stop completo del gas che dalla Russia arriva in Europa all’Europa. Questo ci troverà in una situazione di stoccaggi di gas peggiore dell’anno scorso. Non per l’Italia che è praticamente in linea con l’anno scorso al 71-72%, se tutto va come deve andare, è tutto contrattato, ma ci sono Paesi europei che sono molto al di sotto – aggiunge -. A gennaio non ci saranno più i metri cubi russi e quelli stoccati saranno di meno. Per l’Europa che va a gas è una preoccupazione, per quella che va a nucleare come la Francia e in parte la Spagna lo è in modo minore anche se il bilancio del gas ogni Paese deve averlo per compensare la non continuità delle rinnovabili”.
Anche quando sarà finita la guerra tra Iran e Stati Uniti “il rischio attribuito all’area del Golfo sarà completamente differente. Vuol dire costo del denaro e premi assicurativi più alti, e un’attenzione diversa rispetto a prima sull’investimento”. “E non varrà solo per questa area ma anche per il Mar Rosso, per il timore che questi stretti vengano utilizzati come elemento di ricatto o richiesta per ottenere qualcosa”, ha detto.
“La rete elettrica italiana nel 2005 era di circa 35.000 chilometri, con un Rab (Regulatory Asset Base) di 5 miliardi, e portava circa 340 TWh. A oggi la nostra rete è più che raddoppiata, 76.000 chilometri, con un Rab di 25 miliardi, quindi costi aumentati di 5 volte, e la rete porta 311 TWh. Abbiamo raddoppiato la rete ma i TWh sono ridotti”, ha concluso –
Queste sono delle considerazioni che devono essere fatte. La rete, per evitare quello che è successo in Spagna, deve avere un suo bilanciamento e una sua gestione. Tutto questo porta a dire che il gas ha un impatto immediato sull’elettricità, soprattutto in un Paese come il nostro che ha rinnovabili e gas, nient’altro, ci potrebbe essere un momento di tensione sui volumi e un momento di tensione sui prezzi”.
– foto IPA Agency –
(ITALPRESS).
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