Una battaglia dopo l’altra: dagli Oscar un monito di vita

Imperfezione, solitudine, redenzione. Se c’è qualcosa che colpisce nell’osservare il percorso artistico di Paul Thomas Anderson, regista del film Una battaglia dopo l’altra (One Battle After Another), queste tre parole tornano insistentemente.

Qualcuno potrebbe pensare che i temi legati al vittimismo, alla solitudine e alla sofferenza siano da sempre accostati al mondo di Hollywood – e non solo – poiché proficui e certamente funzionali. Se da un lato lo scopo della pellicola – riadattamento del romanzo Vineland – sembra richiamare una riflessione critica sulla società americana contemporanea tipica degli Oscar, e sui motivi culturali che l’hanno attraversata dalla fine del XX secolo a oggi, dall’altro suggerisce un percorso esistenziale che non potrebbe essere più ferocemente attuale, né più intergenerazionale.

Dunque, Una battaglia dopo l’altra, pellicola che ingloba un cast d’eccezione (Leonardo DiCaprio, Sean Penn, Benicio Del Toro, Teyana Taylor), può essere osservato – attraverso il suo trionfo con sei statuette nella notte delle stelle – già a partire dal suo titolo, con occhi differenti. 

Uscendo fuori dagli affascinanti perimetri del set cinematografico, e focalizzandoci sui più razionali e immensi spazi della realtà storica, la società occidentale – terminata l’onda della spinta produttiva del dopoguerra – da decenni ormai tende a rispecchiarsi in ciò che è sofferto, sacrificato, incompreso: uno specchio imp-avido dove modelli di consumo, di apparenza e di costante ricerca del successo si alimentano delle nostre energie senza apparente possibilità di spezzare questa catena.

Una crisi occidentale iniziata nei primi anni Duemila con la bolla dei mutui subprime, accentuatasi a seguito di una pandemia globale e poi amplificata dalle tensioni geopolitiche recenti, e infine un modello tecnocratico che vede nell’intelligenza artificiale l’emblema di uno strumento al momento non ancora regolamentato sul piano umanistico, sono solo le ultime avvisaglie di un mondo in continua evoluzione. Società, relazioni, lavoro, non riescono al momento, a trovare un equilibrio in grado di garantire l’adeguata convivenza tra esseri umani e sistemi di calcolo: una battaglia che i mondi accademici della psicologia, della filosofia e quello religioso, devono continuare ad intraprendere per poter fornire un contributo tale da umanizzare lo stato delle cose.

In questo contesto, giorno dopo giorno, sfide di natura differente ma accomunate dalla necessità di combattere si accavallano con una velocità disarmante.

E se il titolo del film suona come un’esortazione universale, tornando nei perimetri del set cinematografico, non si può evitare una riflessione ulteriore, più vicina a noi: la battaglia che il cinema italiano combatte perennemente per non dissolversi ai margini dell’immaginario globale. In anni in cui attrici dal riconoscimento internazionale come Sabrina Impacciatore – applaudita e candidata agli Emmy per The White Lotus – o Matilda De Angelis, affermatasi anche nel panorama seriale americano, hanno dimostrato talento e versatilità, il sistema-Paese sembra tuttavia incapace di trasformare queste presenze in un vero rilancio culturale.

È una condizione quasi allegorica: talenti che brillano oltreconfine ma che, nella notte delle stelle hollywoodiane, faticano a fare breccia come simbolo collettivo di un movimento nazionale. Si avanza, si tenta, si resiste – ma spesso brancolando nel buio, come se mancasse una visione capace di accompagnare il singolo successo verso un’affermazione strutturale. Anche questa è una battaglia dopo l’altra.

Quindi, se per la compagine di Anderson e per il non sempre fortunato protagonista della candidatura all’Oscar DiCaprio il successo sarà amplificato dagli intenti sociopolitici dell’opera che sembra puntare alla Casa Bianca, è auspicabile che il monito del film – o perlomeno del suo titolo – funga anche da incoraggiamento ai modelli sociali contemporanei: nulla è dovuto, tutto è da conquistare attraverso le tre S (sforzo, sentimento e soprattutto studio), poiché solo la cultura ci rende liberi.

D’altronde, Bob Ferguson – interpretato proprio da Leonardo DiCaprio – ci ricorda nel film: «La libertà è una cosa buffa, non è vero? Quando ce l’hai, non la apprezzi. Quando la perdi, è già troppo tardi». Quanto di più necessario per vivere in un mondo migliore è poter guardare il tramonto continuando a sentirci liberi.

Congratulazioni alla compagine di Anderson,  che dopo tante battaglie è per la prima volta vincitore in una notte degli Oscar da sogno, e buona battaglia per i sogni di tutti noi.

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