Ieri sera è andata in scena una bellissima partita tra il Como di Fabregas e il Milan di Allegri: nel primo tempo il Como ha dominato la scena, andando meritatamente in vantaggio e costruendo diverse occasioni da gol per un raddoppio mai arrivato, ma che sarebbe stato meritato. Grande Maignan a salvare il Milan in almeno due occasioni.
In coda alla prima frazione un episodio controverso ha portato al pareggio del Milan su rigore: si discute molto sull’entità del contatto in area e su un precedente fallo a centrocampo di Saelemaekers che ha dato il via all’azione.
Nel secondo tempo Allegri ha apportato dei correttivi tattici al Milan, ha tenuto botta controllando il gioco senza necessariamente controllare il pallone e ha segnato due reti per il 3-1 finale dei rossoneri.
Fin qui la cronaca, stringata, degli eventi. Dal triplice fischio finale è ripartito il valzer dei commenti e delle analisi, che non riguardano più solo la partita in sé ma le filosofie calcistiche a confronto.
Il Milan e il suo condottiero Allegri sono finiti, ancora una volta, nell’occhio del ciclone, come se il Milan non avesse vinto la partita, tenendo aperta una striscia favorevole di 19 (!) risultati utili consecutivi… Come se la critica volesse dimenticare da dove è partito questo Milan, ovvero dalle ceneri della scorsa stagione, conclusa senza riuscire a ottenere neanche una qualificazione alle coppe europee.
È in corso una vera e propria Guerra dei Mondi, per citare un film di Spielberg del 2005, nella quale sono destinate a scontrarsi senza soluzione di continuità le fazioni dei “giochisti”, i più agguerriti nella contesa, e dei “risultatisti”.
Si può, legittimamente, dire che non ci piace come giocano i rossoneri, che quella filosofia di gioco conservativa e speculativa non solletica i nostri palati fini calcistici, votati al guardiolismo convinto e fedeli solo agli adepti di quella filosofia, da De Zerbi fino ad arrivare allo stesso Fabregas.
È legittimo esprimere un giudizio estetico che può (addirittura deve) prescindere dal risultato. Ma non si può negare che ci sia anche l’altra faccia della medaglia, vale a dire un altro modo di fare e di intendere calcio, indipendentemente dai giocatori che hai a disposizione, che fanno comunque sempre la differenza.
L’ultima Champions League, parlando della massima competizione continentale per club, è stata vinta dal PSG di Luis Enrique, il che ha rianimato i filosofi del giochismo, temerari e indomiti divulgatori di un credo calcistico che porta avanti la narrazione di un unico modo di fare calcio. Perché «il calcio si è evoluto e bisogna stare al passo coi tempi».
Peccato che, appena 12 mesi prima, a trionfare era stato il Real Madrid di Ancelotti, con una squadra di campioni ma una filosofia di gioco che definire speculativa è eufemistico: difesa solida, blocco basso e contropiede, tanto per semplificare al massimo il concetto.
In Europa League la scorsa stagione ha trionfato il Tottenham, forse una delle squadre più “brutte” da vedere, per qualità e proposizione di gioco a livello europeo, in finale contro lo United, che se non stava sul podio era comunque tra le prime 10.
Nel 2024/25 aveva trionfato l’Atalanta di Gasperini, che meriterebbe come filosofia di allenatore un editoriale a parte, perché non rientra nel novero dei filosofi del giochismo e difende uomo contro uomo a tutto campo, come si faceva 50 anni fa. Ovviamente Gasperini e il suo calcio non sono solo questo, ma ho premesso che il tecnico, oggi alla guida della Roma, meriterebbe un articolo a parte.
Interessante guardare al 2022/23, quando in finale di Europa League si sono affrontate Roma e Siviglia, con due allenatori alla guida, Mendilibar e Mourinho, che se dovessimo leggere il calcio alla guida della narrazione contemporanea dovrebbero essere (per alcuni lo sono) calcisticamente superati.
In particolare José Mourinho, che ha subito nel recente passato gli stessi attacchi che sta subendo adesso Allegri: è superato, non si aggiorna, il calcio va avanti… E intanto lui, con una Roma poco più che modesta, ha alzato la Conference League nel 2021/22 e avrebbe vinto anche l’Europa League di cui sopra se non ci si fosse messo di mezzo uno degli arbitraggi peggiori nella storia delle finali europee, con lo scempio di Taylor.
Mourinho come Allegri, “vittime” di una narrazione mediatica distorta che vuole convincere la gente che ci sia un solo modo di fare calcio, e chi non si allinea o adegua è superato.
Una narrazione che non fa torto ai diretti interessati, che alla fine si fanno una risata e hanno milioni di motivi (quanti i loro euro in banca…) per fregarsene, ma finisce per far torto al buonsenso e, soprattutto, alla verità.
E la verità dei fatti dice, inoltre, che il DNA calcistico italiano è sempre stato speculativo e che, storicamente, abbiamo vinto così. Quando celebriamo (con nostalgia) l’Italia Campione del Mondo del 2006, tanto per fare un esempio, non ci fermiamo mai (giustamente) ad analizzare come è stato ottenuto quel trionfo, eppure la Semifinale con la Germania e la Finale con la Francia sono state dominate da loro e vinte da noi.
La verità, oggettiva, è data dai risultati. E i risultati, vale a dire i trofei, raccontano che nel calcio, ancora oggi, si può vincere in diversi modi, non uno solo.
Il Napoli di Conte dello scorso anno ha vinto in maniera molto differente rispetto al Napoli di Spalletti di due anni prima. E i tifosi, che sono l’anima più genuina di tutto questo carrozzone, hanno festeggiato e goduto allo stesso, identico, modo.
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